Un po' di storia della nostra valle:

La diffusione del Cristianesimo

Nel corso del IV secolo d.C., grazie all’opera di Vigilio, terzo vescovo della Diocesi di Trento, iniziò a diffondersi il cristianesimo che si oppose al diffuso paganesimo introdotto dai romani. Quest’opera di conversione al principio si scontrò con una forte opposizione e alcuni cristiani furono uccisi dalle popolazioni locali. Lo stesso Vigilio, nel 400, subì il martirio a Spiazzo, in Val Rendena, dopo aver contestato i riti pagani ed aver abbattuto una stele dedicata a Saturno; fu cacciato dalla popolazione a colpi di pietra, ma cadde nel fiume e fu trascinato via dalla corrente.
Quest’epoca coincise con un progressivo indebolimento dell’Impero Romano, che ormai stava esaurendo il suo vigore, e si assistí ad un generale peggioramento delle condizioni economico-sociali. L’Impero Romano d’Occidente cadde nel 476 d.C., data che si vuol far coincidere con l’inizio dell’età medioevale. Da quel momento si andò incontro a carestie ed epidemie, mentre lo smembramento del fronte romano sulle Alpi causò l’arrivo da nord delle popolazioni barbare. I Visigoti, gli Ostrogoti di Teodorico, gli Unni di Attila, i Longobardi e i Franchi, durante il primo millennio dopo Cristo invasero queste terre distruggendo quello che incontrarono sul loro cammino.
Queste devastazioni causarono vere e proprie migrazioni interne di popolazioni impaurite, segnando fra la seconda metà del 400 e il 568 d.C., uno dei periodi più cupi per l’intera regione.

Una terra contesa

Ad iniziare dal 568 d.C. vi fu l’invasione del popolo barbarico dei Longobardi. Guidati dal re Alboino occuparono la Decima Regione Italica e costituirono il Ducato di Trento, uno dei 36 dell’Italia longobarda, insediandosi in modo stabile per circa due secoli.
A partire dal 774 d.C. fu la volta dei Franchi, guidati da Carlo Magno, che dominò i longobardi trasformando il Ducato in “Marca Tridentina”, suddividendolo, quindi, in contee.
La mattina di Natale dell’800 Papa Leone III incoronò imperatore Carlo Magno, re dei Franchi e dei Longobardi. Nacque così il Sacro Romano Impero d’Occidente, consacrato dal Papa e dalla Chiesa.
La prima tradizione storica che lega la Rendena a quel periodo fu il passaggio dell’Imperatore Carlo Magno, nel 775, una leggenda che è confermata da una serie di chiari segni lasciati sul terreno. Infatti, oltre alle iscrizioni presenti nella chiesa di Santo Stefano a Carisolo, questa tradizione è supportata da un gran numero di cappelle affrescate che trovano riscontro nelle tradizioni popolari della Val Camonica (San Giovanni di Cala e Monno) e della Val di Sole (Passo del Tonale e Pellizzano).
Nell’887, con il declino dei Carolingi crebbe il dominio di Arnolfo di Carinzia, governatore della Carantania. Un anno dopo, Berengario duca del Friuli fu riconosciuto re d’Italia da Arnolfo di Carinzia e come atto di riconoscenza, a questi fu ceduta la marca tridentina. Il regno d’Italia non durò molto e già nel 952 la marca di Trento, assieme a quella di Verona, fu unita da Ottone I al ducato di Carantania, entrando a far parte del regno di Germania. Questo territorio divenne, così, il confine meridionale della Germania.

Il potere alla chiesa

Dopo lo sgretolamento del Sacro Romano Impero di Carlo Magno, nel 962 fu fondato il Sacro Romano Impero di Germania, ricostruito, su un’area geografica più ridotta, da Ottone I di Sassonia. Nei secoli successivi prese forme di marche, ducati, città e liberi comuni, tutti riuniti attorno ai possedimenti familiari degli Absburgo. Da allora si susseguirono al trono diversi re, fino ad arrivare all’incoronazione di Corrado II detto “il Salico” (1024-1039) che decise di affidare il dominio delle marche di Trento e di Feltre ai rispettivi vescovi (1027), trasformando il Trentino in “piccolo stato”, pur se dipendente politicamente dall'imperatore.
La Val Rendena con le Giudicarie (questo toponimo deriva dall’autorità politica, il giudice, che i Principi vescovi mandarono in quelle valli per amministrare la giustizia) passarono sotto il feudo del vescovo di Trento Udalrico II che le governò per mezzo dei giudici, investiti d’autorità civile e militare.
In tutto questo territorio la Chiesa ebbe un ruolo politico e spirituale determinante: vennero, infatti, a costituirsi i principati vescovili che davano al vescovo un ampio potere. Gli furono conferiti dei diritti pubblici di particolare rilievo e un’importante partecipazione nell’organizzazione del potere imperiale.
Nacquero così i primi centri religiosi che nelle Giudicarie coincisero con le Sette Pievi: delle Giudicarie Interiori facevano parte le Pievi di Rendena (Spiazzo), Tione, Condino e Bono, mentre delle Giudicarie Esteriori facevano parte le Pievi di Banale, Bleggio e Lomaso.
La scelta di investire i vescovi del potere temporale contribuì a consolidare i confini dell'impero, creando una “simbiosi” fra il vecchio potere laico ducale e quello ecclesiastico.
Il principe vescovo di Trento a quel tempo esercitava il potere legislativo e giudiziario sul suo territorio, mentre per la tutela attraverso la forza militare (l'investitura non fu mai pacifica e scontata), ci si rivolse ai conti del Tirolo.
Le Giudicarie a quel tempo furono poste sotto il governo di potenti famiglie feudali, i Lodron nelle Giudicarie Interiori, gli Arco ed i Campo nelle Giudicarie Esteriori, che seguirono vicende diverse schierandosi, i primi, con Venezia e, i secondi, con i Visconti di Casa d’Austria.
Fino all’anno 1027 i documenti che illustrano la vita nella Val Rendena sono pochi, l’unica certezza è che la valle non viene nominata in alcuno di quegli atti d’investitura che divisero le Valli Giudicarie fra le signorie feudali. Forse furono complici le numerose dominazioni subite da questi popoli che fecero crescere in loro un grande spirito indipendente, in molti casi manifestato con la nascita di “libere comunità”.
Si pensa che neppure il vescovo doveva esercitare una grande autorità diretta su questi montanari “fieri e indipendenti”. Ne può essere una dimostrazione il fatto che nel XII secolo, la lotta tra le Comunità di Rendena e del Bleggio per il possesso dei pascoli e della Malga Movlina, non fu risolta con una decisione dell’autorità vescovile, ma fu decisa da una contesa.

Con il XIII secolo l’autorità del vescovo, indebolita anche dalle lotte con i Tirolesi, permise in Val Rendena la nascita e lo sviluppo del regime comunale che radicò e rinforzò ulteriormente uno spirito di indipendenza fra la popolazione. I più antichi documenti locali che accennano al suo funzionamento, sono due pergamene, una del 1229 e l’altra del 1255, oggi conservate nell’archivio comunale di Pinzolo.
Fu soltanto nel 1202 che il Capitolo della Cattedrale di Trento concesse ad Alberto di Stenico l’investitura feudale delle decime (porzione di un decimo del raccolto dei prodotti dell’agricoltura e dell’allevamento), confermata successivamente da Federico Vanga. Soltanto un quarto della decima restava a disposizione del clero.
Nel 1363 la situazione cambiò con l'abdicazione di Margherita Maultasch, ultima erede dei conti di Tirolo, a favore degli Absburgo. Fu l'ingresso nell'intero Tirolo, e così anche nell'ambito territoriale del Principato vescovile di Trento, di una “Signoria di lungo corso”. Da allora i destini del Tirolo e del Trentino saranno legati sino alla fine della prima guerra mondiale a quelli della casata di Absburgo.
Durante questo periodo il diritto delle decime in Rendena fu venduto o dato in investitura dai Principi Vescovi, prima alla famiglia d’Arco (1372), poi a quella dei Madruzzo (1400), ed infine a quella dei Lodron (1425), a cui rimase fino alla caduta del Principato vescovile.
La peste che si abbatté sul Trentino, arrivò in Rendena nel 1400 e fece scomparire i paesi di Bragonego presso Villa, di Marzaniga, posto in sinistra Sarca di fronte a Javré, e di Pertinego, tra Carisolo e Santo Stefano.


La pieve


La Carta delle “rationes decimarum”, del 1295-1296, stilata da papa Bonifacio VIII, è il più antico elenco delle chiese trentine. Enumera le pievi, i monasteri, le cappelle ed i benefici maggiori della diocesi tridentina.
La regione Giudicariese corrispondeva nel suo insieme ai territori delle antiche Sette Pievi di Lomaso, Bleggio, Banale, Tione, Rendena, Bono e Condino. In Rendena, alla Pieve di Spiazzo dovevano far riferimento tutti i fedeli della valle per il battesimo, la cresima, la sepoltura ed il pagamento delle decime.
La Pieve, in quanto distretto religioso, corrispondeva ad un complesso comunitario rurale e anche politico-amministrativo (gastaldia), a sua volta composto da più comunità, ciascuna delle quali dotata di ordinamenti per il buon governo del territorio. Le due entità, la religiosa e la laica, si confondevano. La Pieve aveva diritto di sepoltura e battesimo; ad essa facevano riferimento oltre alla comunità di fedeli, anche le altre chiese minori. Ogni Pieve era retta da un pievano.
In essa si rifletteva, anche, il primato dell’autorità morale, civile, economica, giuridica della concezione medioevale ecclesiastica, e del suo potere organizzativo sulle proprietà fondiarie quale modello di ordine sociale.
Nel 1487 s’inasprì lo scontro fra l’Impero Asburgico e Venezia. Tutta la regione settentrionale rimase sotto la protezione degli Absburgo mentre quella meridionale entrò a far parte della Repubblica Serenissima.
Si crearono alleanze e schieramenti, tanto che i Campo e gli Arco seguirono il vescovo di Trento alleato con l’Imperatore Massimiliano, mentre i Lodron si schierarono con Venezia.
Con il 1524 divampò furiosa la guerra rustica nel Tirolo che dilagò fino al Trentino. Fu una rivolta contadina che portò la popolazione, ormai sfruttata e senza diritti, ad assediare la città di Trento. L’allora principe vescovo Bernardo Clesio oppose a questa gente truppe addestrate e ben armate e tutto si risolse con una gran carneficina.
Il principato ebbe una rinascita nella sua sovranità vescovile con Bernardo Clesio, vescovo dal 1514 al 1539, e con Cristoforo Madruzzo, vescovo dal 1539 al 1659, nominato anche cardinale nel 1543. Il preparare e l’ospitare il famoso Concilio di Trento (1545-1563), fu per i due alti prelati-governanti un impegno di notevole caratura.
Alcuni privilegi e statuti, più favorevoli che altrove, produssero un continuo consolidarsi della potenza comunale, un autorevole freno alle mire e ai desideri dei “Signorotti” sulle comunità della Val Rendena. Nessun avvenimento importante venne a turbare i rendenesi nel pacifico esercizio dei loro privilegi fino al 1579, quando quest’ultimi sembrarono messi in forse dai trattati stipulati tra il vescovo di Trento e il Conte del Tirolo.
Nel 1628 le comunità della Rendena acquistarono da quelle del Lomaso vari possessi che queste avevano ottenuto dalla spartizione di beni, al tempo della suddivisione del Vicariato in Pievi.
Più precisamente, il 23 maggio 1628 la comunità generale del Lomaso e, per essa, i suoi sindaci, diedero in vendita: ai vicini di Borzago, il monte Pagarola (“Pagherolae”); a quelli di Pelugo, Niscli (“Iscli”); a quelli di Mortaso, Covno (“Covane”) e Fogorida (“Folgoridae); a quelli di Caderzone, Zumelli e Vaccarsa; infine a quelli di Massimeno, Làres e Covna (“Larici” e “Covnae”), “il tutto per 1150 fiorini”.
Sul finire del 1629 la peste causò numerose vittime in Lombardia e Veneto, facendo nuovamente la sua comparsa nel Trentino.
Moltissime famiglie fuggirono dai paesi, rifugiandosi nella case in montagna o nei boschi, dove trovarono una morte senza soccorso. I luoghi di raccolta furono almeno tre: uno nella comunità di Sopracqua, nei boschi di Giustino, uno in località Mavignola ed uno in località Santa Maria a Caderzone. Oltre a causare lutti e desolazione, la peste privò la valle di altri due paesini, pertinenze di Bocenago: Verzeo (Vercé) e Calislana (Canisaga).
Nel 1790 fu fondata la prima scuola popolare. Si trattò di una istituzione privata, voluta e gestita dall’arcipretale di Spiazzo, che divenne pubblica solo nel 1824, ma con esclusione delle femmine che vi furono ammesse solo dopo il 1838.

Il tramonto del principato vescovile

Con la fine del 1700 si assistì al definitivo tramonto del principato vescovile trentino, che fino ad allora regnò per circa otto secoli e vide susseguirsi ben 51 principi vescovi, e di conseguenza anche del Marchesato delle Giudicarie. Da quel momento si fece sempre più invadente la presenza austriaca nella regione. L'ultimo principe vescovo con poteri temporali fu Pietro Vigilio Thun (1776-1800); il 24 luglio del 1777 concluse un trattato con l'Imperatrice Maria Teresa d'Austria contessa del Tirolo che agganciava il “piccolo stato” alla contea del Tirolo, sia sotto il profilo economico sia sotto quello militare.
Dopo gli anni dell’occupazione francese (1796-1801), durante i quali venne istituito un governo provvisorio chiamato “Consiglio di Trento”, nel 1803 l’intera regione passò sotto dominio dell’Impero austriaco. Fu la Dieta di Ratisbona che sancì la secolarizzazione di tutti i principati ecclesiastici.
Gli anni che seguirono furono tutt’altro che tranquilli e il Trentino passò più volte di mano: prima sotto il governo bavarese (1805-1810), poi al regno d’Italia, poi ancora agli austriaci che lo unirono alla provincia del Tirolo.
Con il 1810 i francesi ripresero il comando della regione che fu aggregata al regno d’Italia e fino al 1814 i confini furono allargati sul Tirolo meridionale, fino alla chiusa di Bressanone.
Nel 1810 la Val Rendena fu divisa in tre Sindicati: uno a Vigo Rendena, che comprendeva Verdesina, Villa Rendena, Javré, Darè e Pelugo; l’altro a Fisto, che comprendeva Borzago, Mortaso, Strembo, Bocenago e Caderzone; il terzo a Pinzolo, con i paesi di Giustino, Massimeno e Carisolo. Al sindaco (sindicus) erano affidate le funzioni legate agli interessi quotidiani del comune: stipulare contratti, affitti, vendere all’incanto, rappresentare il comune negli affari giuridici con i poteri superiori o con altri villaggi.
Nel 1814 la provincia ritornò ancora in mano agli austriaci: nascosti nell’ombra sorsero numerosi gruppi rivoluzionari che volevano la regione sotto il regno italico con i suoi confini racchiusi dalle Alpi.
Col Congresso di Vienna del 1815 il Trentino fu unito al Tirolo, al quale rimarrà legato per tutto un secolo; da quel momento presero forma numerose vicende politiche, tutte mirate all’indipendenza e alla lotta contro questa unione.
Nel 1824 il dazio sui grani e sui legumi creò difficoltà economiche ai commerci, andando a peggiorare una situazione caratterizzata da una vita di puro sostentamento, minata da carestie ed epidemie.
La miseria diede il via alla grande emigrazione, diretta sia verso l’Europa sia verso le Americhe.
Alla crisi si andò ad aggiungere l’isolamento sofferto dalle Giudicarie dal resto del mondo: le principali vie di comunicazione di fondovalle, la Trento – Tione e la Brescia – Tione furono realizzate solo nel periodo 1830-50.
La fine del XIX secolo fu segnata dalla rivoluzione industriale che portò fuori mercato le industrie locali; le filande chiusero e in breve tempo fu sospesa l’attività delle vetrerie. A questo si unirono una serie di rovinosi incendi che misero in ginocchio molte comunità locali.
In campo economico nuovi impulsi vennero con l’espansione della coltivazione della patata e del mais, del gelso e con l’allevamento del baco da seta. Furono, però, le rimesse degli emigranti che svolsero un ruolo importante, in quanto servirono ad integrare i poveri redditi di molte famiglie.
La depressione economica e la conseguente miseria suscitarono l’interesse di economisti-politici, religiosi, ed idealisti che non poterono rimanere indifferenti al persistere di tante e tali ingiustizie.
L’Enciclica “Rerum Novarum” di papa Leone XIII diede slancio al clero trentino, convinto che l’impegno a favore della classe contadina fosse solo la traduzione pratica del Vangelo. I cattolici, spronati da Don Lorenzo Guetti, si rimboccarono le maniche e svilupparono la cooperazione nelle campagne e nelle vallate, dove i contadini versavano in situazioni di grave miseria ed arretratezza.
La Casse Rurali della Rendena svolsero un ruolo molto importante in questi aiuti alla povera gente, concedendo prestiti per la ricostruzione dei paesi distrutti dagli incendi ed opponendosi ad un’usura dilagante.
Al loro fianco vi furono le Famiglie Cooperative che protessero la popolazione dal monopolio di commercianti strozzini.


Gli anni della Grande Guerra

Ci volle la Prima Guerra Mondiale perché il Trentino diventasse parte integrante del Regno d'Italia. Con le Guerre d'indipendenza, infatti, il disegno di riunificazione non si era realizzato.
Con la guerra mondiale del 1914-18, molti trentini furono inseriti nell'esercito austriaco e si trovarono a dover combattere su diversi fronti. Il 31 luglio del 1914 l’Austria ordinò la mobilitazione generale e tutti gli uomini validi, da 21 a 42 anni, dovettero presentarsi ai loro reggimenti.
La guerra arrivò dalla Marmolada al Passo del Tonale, con aspri combattimenti fin sui ghiacciai e sulle cime più impervie dell’Adamello. Durante questo conflitto migliaia di trentini morirono per gli Asburgo, ma molti preferirono fuggire e riparare in Italia.
La linea di confine tra il Regno d’Italia e l’Impero austro-ungarico tagliava a metà il gruppo montuoso dell’Adamello, più o meno lungo il confine attuale fra la Lombardia e il Trentino.
Con l’inizio delle ostilità cominciò anche il calvario delle popolazioni di confine che furono evacuate in paesi e valli limitrofi. La popolazione della Val del Chiese fu sfollata in Val Rendena e migliaia di persone furono internate a Katzenau. Le valli trentine divennero il fronte o l’immediata retrovia e su tutte le montagne vennero scavate trincee e gallerie.
Non solo i militari, ma anche la popolazione civile visse in prima persona la tragedia della guerra che si combatté in Adamello ed in luoghi molto vicini alla Rendena.
La fame, le continue requisizioni, le insistenti richieste di viveri, indumenti e metalli (anche i campanili furono spogliati delle campane), spinse la popolazione civile, soprattutto le donne e le ragazzine, a cercare lavoro presso gli austroungarici. Furono impiegati in molte attività, dallo sgombero della neve dalle strade al trasporto di materiali, legno e rifornimenti, verso il fronte, fino alle trincee sul ghiacciaio dell’Adamello.
Finalmente il 3 novembre 1918 si sparse la voce dell’armistizio, i disagi, la fame in un attimo furono dimenticati e nella notte moltissimi falò illuminarono la Val Rendena. La fine del conflitto decretò la sconfitta asburgica e la possibilità per il Regno d'Italia di potersi estendere fino al Brennero.
La regione da quel momento fu unita all’Italia con il nome di Venezia Tridentina.

L’inizio dell’era fascista e il secondo conflitto mondale

Dopo la guerra la regione fu segnata da altre tragiche vicende, come l’inizio dell’era fascista (1921) che portò ad una nuova configurazione amministrativa. Fu abolita l’elezione democratica dei consigli comunali, giunte e sindaci, e molti comuni della Val Rendena furono unificati.
La popolazione trentina si adattò agli eventi senza manifestare grandi entusiasmi; un termine spesso usato nei rapporti dei gerarchi era “apatia” per sottolineare l’indifferenza di questa popolazione nei confronti del regime.
Soddisfazione si ebbe quando, il 23 luglio 1943, anche in Trentino cadde il fascismo. Fra molte difficoltà economiche la gioventù trentina fu chiamata a partecipare a tutti gli avvenimenti politici e di guerra in cui era coinvolta l’Italia, dalla guerra d’Etiopia (1935-36), alla guerra di Spagna (1936-39), alla conquista dell’Albania (1939) ed infine alla seconda guerra mondiale.
Con il secondo conflitto mondiale vi fu la creazione dell’Alpenvorland, decisa da Hitler il 10 settembre 1943. Con questo provvedimento il Fuhrer staccò le tre province di Trento, Bolzano e Belluno dall’Italia e dal controllo della Repubblica di Salò, per assegnarle all’amministrazione del Gauleiter di Innsbruck.
L’Alpenvorland durò 600 giorni, fino al 2 maggio 1945. La resistenza armata fu un fenomeno di dimensioni non molto ampie, anche perché il Trentino era controllato in maniera diretta dai Tedeschi.
A liberazione avvenuta, nell’agosto 1945, nacque il movimento politico A.S.A.R. (Associazione Studi per l’Autonomia Regionale).
Un primo chiarimento politico avvenne il 2 luglio 1946 con l’elezione dell’assemblea costituente, abbinata al referendum Monarchia-Repubblica, che vide il Trentino schierato con l’86% a favore della Repubblica, valore che fece di Trento la provincia più repubblicana d’Italia.

A piccoli passi verso l’Autonomia

Il 27 gennaio 1948 fu approvato lo Speciale Statuto d’Autonomia e si introdusse uno schema tripolare. Accanto alla Regione, con proprie competenze legislative e di amministrazione, furono istituite le Province con altre distinte competenze che riguardavano in particolare la tutela e lo sviluppo culturale e civile delle minoranze di lingua tedesca, scuola, bilinguismo, usi e costumi ed istituzioni culturali, manifestazioni artistiche e difesa del paesaggio, assistenza, edilizia popolare, usi civici e maso chiuso.
Il nuovo statuto del 1972 trasferì, infine, il potere autonomistico reale dalla Regione alle due Province.


ANTICHE TRADIZIONI E USANZE

I Cantori della Stella:

In alcuni paesi della Val Rendena (Pinzolo, Carisolo, Verdesina, Javré e Vigo Rendena), ma anche in altre località del Trentino, nel periodo che va da Natale all’Epifania, un gruppo di cantori (stellari), spesso mascherati da Re Magi, passa per le case del paese eseguendo canti natalizi e ricevendo in cambio doni di vario genere che di solito sono devoluti in beneficenza alla chiesa.
A Pinzolo, il giorno dell’Epifania, il gruppo degli “stellari”, gira per il paese assieme a dei pastori, visitando case, alberghi e bar, portandosi appresso una grande stella colorata. Il loro repertorio è costituito da tre canti pubblicati da Nepomuceno Bolognini ed eseguiti ancor oggi nella versione integrale: “Dolce felice notte”, “Noi siamo i tre re dell’oriente” e “Puer natus in Bethlehem”. Le dimensioni della stella sono imponenti. Ha un diametro di circa due metri ed è issata su un bastone di circa sette metri che permette di raggiungere le finestre più alte delle case.
A Carisolo, nonostante la vicinanza con Pinzolo, quest’usanza presenta significative differenze, ad iniziare dalla “stella”, dotata di un meccanismo che gli permette di ruotare in continuazione. Anche il repertorio dei canti è differente e se ne contano ben sei: “Dolce felice notte”, “I tre magi conti”, “In questa santa notte”, “Annuncia la stella”, “Tre Re dell’Oriente” e “Questa notte”.
A Vigo Rendena e Javré gli “stellari”, oltre alla stella, portano con se un piccolo presepio. A differenza di quelli di Pinzolo e Carisolo, i tre re ed il loro seguito sono ragazzi investiti del compito di tramandare la tradizione. Il loro repertorio è costituito dal canto “Noi siamo i tre Re” che pur presentando molte analogie non è uguale tra le due comunità.

Le “Cantarelle”:

In tempi passati, quando le risorse familiari erano scarse, anche i momenti per fare festa erano veramente rari. Allora ogni occasione diventava buona per escogitare un modo per divertirsi e magari allo stesso tempo racimolare qualche soldino. Fu così che le ragazze della Rendena s’inventarono un loro canto di questua, il “canto delle Cantarelle”, che iniziò ad essere proposto in occasione della Pasqua.
Questa vecchia tradizione dei paesi della bassa valle subì un’interruzione durante la seconda guerra mondiale, ma poi, dal 1948 riprese con maggior entusiasmo tanto che oggi in alcune località viene ancora rispettata. Il nome “cantarelle” dato a queste ragazzine questuanti, non è legato al fatto che cantano, ma deriva dai bucaneve; le cantarelle appunto, i fiori che sbocciano nella neve, associati per analogia alle bambine che uscivano nella neve per far visita alle case del paese.
Tutte le bambine, dai 3 ai 14 anni, il pomeriggio del giorno di Pasqua o quello di Pasquetta (detto “il giorno delle cantarele”), passavano in modo ordinato di porta in porta, intonando la seguente canzone:
«Oggi l’è Pasqua, doman le cantarelle allegre putele andiamo a cantar. Oila di casa, signori e padroni, il cielo vi doni pace e sanità. Iddio vi conceda un anno felice, colmo di gioia e di prosperità. Guardate un pochino nella vostra scarsella che non sarete senza qualche quattrin. Guardate un pochino nella vostra dispensa, che non sarete senza di qualche bocconcino».
Terminata la canzoncina, munite di ceste o sacchi entravano in casa e ricevevano in dono dei viveri o del denaro. Una volta terminato il giro del paese si ritiravano nelle loro abitazioni ed il giorno seguente si ritrovavano, tutte assieme, in una cucina per dividersi il raccolto o per mangiare un pasto confezionato con quanto gli era stato donato. Solitamente l’offerta consisteva in farina bianca e gialla, burro, formaggio, salame, uova, mele o noci.

Il latte di Sant’Antonio:

Per festeggiare degnamente Sant’Antonio Abate (17 gennaio), patrono degli animali, quel giorno il parroco del paese faceva visita alle stalle dando la sua benedizione al bestiame. In alcune di queste località, la sera, durante l’ora della mungitura, alle poche famiglie che a quel tempo non possedevano delle vacche, era usanza donare un secchiello di latte.

Racole e Trabacole:

Il venerdì Santo, dopo la funzione serale, le campane venivano zittite per ricordare la morte di Cristo e non riprendevano a suonare fino all’ora del Gloria, il sabato mattina. In molti paesi della valle erano così i bambini a segnalare l’inizio delle funzioni religiose; passavano per le vie del paese trascinando la “racola” o “trabacola”, costituita da una cassa di legno sul coperchio della quale erano applicati dei martelletti che si alzavano e si abbassavano azionati da un cilindro dentato. Il rumore che provocavano era assordante e sostituiva il suono delle campane.

Ai Funerali:

Ancora oggi in occasione dei funerali, in molti paesi della valle è usanza distribuire agli intervenuti del sale da cucina, del pane o una candela.
Il sale, in particolare, un tempo era un ingrediente pregiato perché poco diffuso, ma come si sa, molto importante in cucina. Al termine della funzione religiosa, una persona posta fuori del cimitero prelevava da un sacco una capiente scodella di sale e lo consegnava ad ogni famiglia intervenuta. Una volta a casa, il sale era riposto nella “salarola” (contenitore per il sale), vicino al focolare, e quando veniva preso per essere utilizzato la massaia recitava un “requiem” per il defunto.

Campane da morto:

Quando una persona moriva, il suono della campana identificava se il defunto era un uomo oppure una donna. L’annuncio funebre veniva dato dalla campana grande che batteva due colpi se il defunto era una donna e tre colpi se era un uomo. A questo seguiva il suono scalare delle altre campane che veniva chiuso nuovamente dai rintocchi di quella grande. Se il defunto era membro della Confraternita i rintocchi conclusivi della campana grande erano seguiti da alcuni rintocchi della campana piccola. La gente del paese, ascoltando i rintocchi, sapeva in anticipo se il defunto era un uomo o una donna. Quest’usanza è tramontata con l’elettrificazione delle campane.


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